Commento alla XXIV Domenica del Tempo Ordinario Anno C – 15 set.-2013


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Commento del diacono Fernando Di Geronimo

L’AMORE MISERICORDIOSO E IMPREVEDIBILE DI DIO

Il tema dominante che emerge dalle tre letture bibliche dell’odierna liturgia eucaristica domenicale, ventiquattresima del Tempo Ordinario, è costituito dalla misericordia di Dio per ogni uomo che, pentito, può sperimentare la potenza del suo amore misericordioso nella propria vita e a dedicarsi con tutte le forze al suo servizio. Così a cominciare dalla prima lettura tratta dall’Esodo ci viene presentato l’episodio in cui Israele, preoccupato per la prolungata assenza di Mosè sul monte Sinai, decide di costruirsi un vitello d’oro da adorare come Dio, provocando in tal modo la giusta collera divina: «Ora lascia che la mia ira -dice il Signore- si accenda contro di loro e li distrugga». A questo punto Mosè, facendo appello alla sua fedeltà giurata ai padri con la promessa: «Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo e tutto questo paese… lo darò ai tuoi discendenti, che lo possederanno per sempre», intercede con tutto l’ardore del suo animo per questo popolo, che si era pervertito, fino a far emergere in Dio un cuore che batte d’amore e pronto ad usare misericordia a quanti gliela chiedono, poiché intende realizzare per essi un progetto di salvezza. Tuttavia, sono le tre bellissime parabole del Vangelo che ci svelano la profondità del cuore di Dio, che pulsa d’amore tenero e gratuito per ciascuno dei suoi figli, nonostante i peccati da essi commessi. La cornice narrativa in cui esse si inseriscono evidenzia la ragione del contrasto esistente tra Gesù e i suoi avversari costituiti da scribi e farisei, i quali mormorano contro di Lui perché si intrattiene con i pubblicani e i peccatori considerati trasgressori delle prescrizioni mosaiche e quindi come tali impuri. Il divino Maestro coglie pertanto l’occasione di rispondere alle loro critiche per rivelare il vero volto del Padre suo, pieno di misericordia per tutta l’umanità, così come traspare appunto dalla sua condotta. Le tre parabole, imperniate sull’atteggiamento di Dio sempre sollecito a perdonare chi l’ha offeso e abbandonato, presentano una gradazione che ha il suo culmine nella terza parabola del figliol prodigo. Nella prima l’evangelista racconta che il pastore, legato da profondo affetto alle sue pecore, ne perde una e, quando se ne accorge, si pone affannosamente alla sua ricerca avventurandosi tra i campi nella notte. Dopo averla trovata, con premura se la carica sulle spalle e pieno di pura gioia convoca gli amici per brindare e far festa con loro, poiché «ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione». La gioia di Dio per la salvezza di ogni peccatore che si converte è anche il tema della seconda parabola che vede una donna in stato di grave disagio per la perdita di una della dieci dracme che serviva per il suo sostentamento; perciò s’impegna con ansia a cercarla fino a trovarla e a gioire per l’esito felice della ricerca. E’ però la terza parabola il luogo dove più  chiaramente è espresso in massimo grado l’amore misericordioso del Padre verso il figlio che, dopo essersi allontanato da casa e aver dilapidato la sua parte di eredità in dissolutezze, rientra in se stesso e, rimpiangendo la fortuna di cui prima godeva nella casa paterna, prende la decisione: «Andrò da mio padre…», per essere ricevuto come l’ultimo dei servi. Ma il padre, che non ha mai perduto la speranza di vedere il ritorno del figlio, ogni giorno guarda lontano oltre l’orizzonte, fino a quando lo scorge e visceralmente commosso gli corre incontro, l’abbraccia e lo bacia. Il figlio intanto cerca di rendere la dolorosa confessione: «Padre, ho peccato contro il Cielo e contro di te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio…», ma il cuore del padre che pur sente le parole del figlio è altrove; quindi ordina di rivestirlo con l’abito più bello… e far festa «perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato», reintegrandolo pienamente nella sua dignità filiale. Neppure le rimostranze del figlio maggiore, che torna dai campi ed esige spiegazioni, riescono a condizionare la sua felicità poiché quel ragazzo era sangue del suo sangue, esattamente come lo era il figlio maggiore, con cui condivideva la vita e tutto ciò che possedeva: «figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo». Da ciò si evince che l’amore infinito di Dio per noi suoi figli va al di là di ogni nostro modo di valutare le situazioni perché ciò che vivamente Egli desidera è che tutti percorrano la via della salvezza e della eterna felicità con Lui. Anche l’apostolo Paolo nella sua lettera indirizzata a Timoteo e alla comunità della Macedonia dà testimonianza della insondabile misericordia che Dio gli ha usato poiché, pur essendo stato «per l’innanzi… un bestemmiatore, un persecutore e un violento», il primo dei peccatori, Cristo lo ha chiamato al ministero, dimostrando «tutta la sua magnanimità, a esempio di quanti avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna». Allora, confidiamo sempre nella condiscendenza senza limiti dell’amore di Dio verso di noi per divenire a nostra volta, insieme a Paolo, misericordiosi nei confronti dei fratelli, fino al dono totale.

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